I pollini di faggio aiutano a prevedere le “invasioni” dei roditori?

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Topo

Le notizie di quest’ultimo periodo documentano in Slovenia e nelle montagne del Friuli Venezia Giulia un focolaio di “febbre da topo” e un aumento delle zecche, collegati alla proliferazione esponenziale di piccoli roditori. Il fenomeno è stato ascritto al picco di produzione delle faggiole, i frutti del faggio (Fagus sylvatica), di cui questi animali si nutrono. In certi anni si assiste ad una produzione abbondante denominata “pasciona” delle faggiole, che sostiene l’incremento demografico di piccoli roditori, i quali a loro volta mantengono i predatori di livello superiore, come vipere, carnivori e uccelli rapaci.

Le analisi dei pollini in aria possono essere di supporto per la comprensione e la previsione di questo fenomeno. Le stazioni Arpa di monitoraggio dei pollini attive in Friuli Venezia Giulia hanno registrato, nel 2020, un’eccezionale abbondanza di pollini di faggio, quantità così abbondanti che costituiscono un record storico in 17 anni di dati. Purtroppo manca il dato di Tolmezzo, rappresentativo della montagna, dove il monitoraggio, la scorsa primavera, è stato sospeso a causa della pandemia.

Il polline del faggio viene costantemente monitorato dalle Agenzie ambientali, non solo per l’impatto diretto sulla salute delle persone, ma anche per le importanti implicazioni di carattere ambientale e sanitario.

Il faggio, una pianta molto diffusa in Europa, predilige i climi umidi e temperati del piano montano. La sua espansione è favorita anche dalle attività dell’uomo che ne utilizza il legno. Il faggio fiorisce in modo altalenante, con annate eccezionali come quella dell’anno scorso, come mostra chiaramente il grafico sottostante, relativo ai monitoraggi delle stazioni di Pordenone e Trieste.

Presenza di polline di Fagus sylvatica dal 2006 al 2021 per le stazioni di Pordenone e Trieste

L’abbondanza di pollini di faggio registrata la scorsa primavera ha evidentemente comportato, in autunno, una maggior produzione di faggiole, che sono rimaste presenti nella lettiera del sottobosco per tutto l’inverno fornendo cibo ai roditori. Il termine “Fagus”, di origine greca, significa “commestibile”, proprio per il carattere estremamente appetibile delle faggiole per alcuni animali del bosco, tra cui cinghiali, scoiattoli, ghiri e arvicole. Per questi ultimi, i topolini comuni, la maggior disponibilità di cibo unita alle condizioni climatiche e meteorologiche ideali, quali il manto nevoso atto a proteggerli dai predatori, ha portato ad un eccezionale aumento demografico, causa di particolare preoccupazione per i potenziali rischi per la salute dell’uomo e degli animali domestici.

Foglie di Fagus sylvatica

Il monitoraggio e la quantificazione del polline di faggio permette quindi di predire, in assenza di eventi avversi come le gelate primaverili, l’abbondanza di faggiole disponibili e quindi il possibile incremento della popolazione dei piccoli mammiferi, serbatoi di virus e ospiti per le zecche. Per questo, quantificare la presenza dei fiori tramite i pollini è utile nello studio e prevenzione delle zoonosi, ovvero le malattie che si trasmettono dagli animali all’uomo.

Il monitoraggio nel lungo periodo, inoltre, permette di valutare la risposta del faggio ai cambiamenti climatici in atto e all’aumento di temperatura media invernale, umidità e CO2 in atmosfera. Alcuni studi, in particolare quelli condotti dalla Fondazione E. Mach di San Michele all’Adige, indicano che le faggete rispondono all’aumento di temperatura con una maggior vitalità e una maggior produzione di frutti.

La collaborazione nell’ambito del sistema agenziale SNPA, e attraverso la rete POLLnet, è utile per inquadrare questo fenomeno su scala nazionale. Già da anni, infatti, le Agenzie ambientali hanno adottato in un ottica di “sistema”, pratiche e procedure condivise al fine di monitorare al meglio i pollini in atmosfera e lo stato dell’ambiente.

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