CAPTOR: intervista a Andrea Minutolo (coordinatore scientifico Legambiente)

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In relazione al convegno conclusivo del progetto CAPTOR, inquinamento atmosferico e citizen science, abbiamo approfondito i contenuti del progetto con Andrea Minutolo, Coordinatore scientifico di Legambiente. Laureato in Geologia, Minutolo ha maturato una lunga esperienza nel campo delle indagini ambientali e geotecniche. Dal 2012 ha approfondito le tematiche ambientali lavorando presso l’ufficio scientifico di Legambiente nazionale; particolare attenzione è stata quindi posta alle problematiche connesse con il rischio idrogeologico, la bonifica dei siti inquinati, l’inquinamento atmosferico, i cambiamenti climatici e le attività per l’estrazione degli idrocarburi. Coordinatore dell’ufficio scientifico dal 2015 segue anche diversi progetti europei per l’associazione – compreso CAPTOR – e le campagne di monitoraggio dell’aria e delle acque di Legambiente a livello nazionale.

Vuole illustrarci gli obiettivi del progetto Captor e i soggetti che concorrono a realizzarlo?

Captor è un progetto europeo finanziato dal programma Horizon 2020 che incentra le sue attività sul tema dell’inquinamento atmosferico con particolare attenzione all’inquinamento derivante dall’Ozono troposferico. Partito nel gennaio 2016, Captor ha due principali obiettivi: quello di sviluppare dei sensori a basso costo ma alta affidabilità e precisione da distribuire ai cittadini che si sono volontariamente offerti per ospitarli nelle loro case e quello di informare, sensibilizzare e rendere consapevoli le persone sulle criticità legate all’inquinamento atmosferico affinché si attivino per trovare e mettere in campo possibili soluzioni.

In questi 3 anni del progetto Captor, quindi, abbiamo prediletto un approccio “dal basso” attraverso delle vere e proprie campagne di citizen science, favorendo l’apprendimento collaborativo e l’attivismo ambientale per permettere ai cittadini e agli stakeholder di incontrarsi e parlarsi, per stimolare il dibattito, incalzare le autorità competenti con dati scientifici provenienti dai monitoraggio dei cittadini e trasformare il dibattitto in possibili soluzioni concrete.

Il partenariato, guidato dal Politecnico di Barcellona (UPC) è composto dal Consejo Superior de Investigaciones Cientificias (CSIC), l’Università di Clermont-Ferrand, il centro per l’Innovazione Sociale austriaco (ZSI), il network GUIFI.net e le tre associazioni Ecologistas en Accion, Global 2000 e Legambiente. Le attività di monitoraggio sono state svolte in tre zone particolarmente colpite dall’inquinamento da Ozono come la Pianura Padana in Italia, l’area interna della Catalogna in Spagna e la provincia di Vienna in Austria.

Perché la scelta di concentrarsi su un inquinante come l’ozono troposferico, che è un inquinante secondario contro il quale non è facile individuare azioni di contenimento?

L’Ozono troposferico (O3) è un inquinante secondario che si forma per reazioni fotochimiche a partire da inquinanti precursori quali gli Ossidi di azoto (NOx) e i composti organici volatili (VOC), spesso sottovalutato perché si forma e concentra prevalentemente nelle zone rurali durante la stagione estiva. Per questi motivi se ne parla poco e viene definito spesso un inquinante “dimenticato”, anche se i suoi effetti sull’ambiente e sulla salute sono impressionanti.

Il particolato (PM), il biossido di azoto (NO2) e l’ozono troposferico (O3) rappresentano infatti alcune delle cause antropiche maggiormente responsabili dei danni alla salute delle persone. Ogni anno in Europa muoiono prematuramente circa 430mila persone per le polveri sottili (PM2,5) e 17mila persone per l’eccessiva esposizione all’ozono troposferico; l’Italia paga il conto più alto in termini di vittime, sono infatti oltre 60mila le morti da PM2,5 e 3.300 quelle da Ozono. Inoltre l’Ozono ha un impatto negativo anche sugli ecosistemi andando a danneggiare suoli, foreste, laghi e fiumi e influendo negativamente sulla produzione agricola.

Abbiamo scelto di focalizzarci su questo inquinante proprio per le caratteristiche precedentemente accennate; spesso infatti chi inquina (emettendo i gas precursori dell’Ozono prevalentemente nelle aree urbane) vive lontano da dove poi si hanno gli effetti peggiori (le aree rurali). Per questo disaccoppiamento tra le sorgenti e gli effetti, bisogna partire quindi da una responsabilizzazione e presa di coscienza delle persone, favorendo un cambiamento negli stili di vita e delle abitudini per favorire il bene collettivo.

Captor è un progetto che punta sulla citizen science, in che modo?

I cittadini sono coinvolti con modalità e strumenti diversi in funzione dell’interesse e della disponibilità di ognuno di loro. In ogni campagna di monitoraggio estivo dell’Ozono sono stati distribuiti ai cittadini 60 sensori sviluppati dai partner tecnici del progetto che, una volta calibrati e tarati presso le stazioni ufficiali di monitoraggio delle Arpa di Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte e Veneto, hanno restituito il dato in tempo reale ( real time data) permettendo alle persone e alle comunità coinvolte di poter preventivamente intervenire per limitare la propria esposizione nei momenti di maggior concentrazione, cambiando così i propri comportamenti per tutelare la propria salute. I cittadini sono stati coinvolti anche mediante altri canali, a partire dallo sviluppo di una piattaforma collaborativa su cui essere informati sulle problematiche relative all’inquinamento, o tramite una APP (captorair.org) che permette la visualizzazione dei dati dei sensori in tempo reale; sono stati realizzati workshop specifici per facilitare la costruzione dei sensori mentre con iniziative puntuali di sensibilizzazione, denuncia e coinvolgimento in azioni concrete abbiamo coinvolto anche i cittadini fuori dalle aree di monitoraggio specifiche del progetto.

Secondo lei, come è possibile rendere complementari il contributo dei monitoraggi ufficiali del Snpa, l’apporto di esperienze di citizen science e di associazioni ambientaliste come Legambiente?

Il dato ufficiale è la base di partenza per ogni tipo di ragionamento. E la complementarietà dei dati è la parola chiave per questo tipo di esperienze. Gli obiettivi dei dati ufficiali sono evidentemente diversi da quelli di singoli progetti ed iniziative, ma per arrivare direttamente al cuore delle persone bisogna coinvolgerle in qualcosa di concreto, che possano toccare con mano. Per questo i sensori utilizzati nel progetto Captor sono stati tarati e calibrati utilizzando i dati delle stazioni di monitoraggio ufficiali delle Arpa prima di essere messi in mano alle persone. I dati ottenuti durante il nostro monitoraggio sono stati ritenuti più affidabili e attendibili e di conseguenza i cittadini si sono avvicinati indirettamente anche verso le Agenzie capendo meglio l’importanza del loro lavoro. Questo è potuto succedere grazie alla collaborazione delle principali agenzie nazionali di protezione ambientale con Legambiente, una collaborazione costruttiva che ha permesso di avvicinare le persone comuni su tematiche troppo spesso definite solo per tecnici e che in realtà riguardano la salute e la protezione delle persone stesse.

Quali collaborazioni vede possibili fra un progetto di questo tipo ed il Sistema per la protezione dell’ambiente?

Spesso i progetti e le attività che partono dal basso, dai cittadini, hanno il difetto di non riuscire a essere credibili proprio perché gli manca il confronto con chi di dati e numeri ne fa il proprio mestiere. Viceversa chi si occupa di analisi e monitoraggi spesso non riesce ad arrivare al cuore delle persone perché non si preoccupa troppo di esemplificarli, senza banalizzarli. Questa distanza che sembra incolmabile in realtà rappresenta il perfetto equilibrio che bisognerebbe raggiungere, con questo tipo di esperienze, tra tutti gli attori in gioco, affinché i numeri diventino parole e dalle parole si passi ai fatti. Tutti insieme, ognuno con il proprio ruolo, in marcia verso un bene (ambientale) comune.

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