Specie esotiche invasive negli ambienti fluviali della Toscana

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La gestione delle specie esotiche necessita del controllo sul territorio. Per questo ARPAT, da alcuni anni, ha posto l’attenzione a tale problema prestando particolare impegno, durante le attività di monitoraggio ambientale sui corsi d’acqua, alla presenza di specie esotiche invasive e predisponendo un primo elenco destinato ad allungarsi.

Le indicazioni ottenute permettono di valutare lo status delle popolazioni, l’evoluzione temporale e la loro distribuzione. Il lavoro di sorveglianza che l’Agenzia sta svolgendo è importante per segnalare tempestivamente agli Enti competenti le specie che si stanno diffondendo così da favorire le decisioni in merito alla loro gestione.

Dal 2022 l’Agenzia ha adottato alcuni criteri per uniformare le modalità di segnalazione e conteggio di questi organismi. Considerato che la presenza di specie esotiche invasive non ha ancora, a livello nazionale, indici di presenza in grado di integrarli e considerarli, è stato concordato, al livello agenziale, di non inserire tali specie nel calcolo degli indici di qualità ai fini della classificazione.

L’ambiente fluviale, sia acquatico che ripario, è particolarmente vulnerabile all’ingresso di specie esotiche invasive. Il fiume è un sistema complesso formato da un susseguirsi e intersecarsi di ecosistemi che variano da monte a valle. Le specie animali e vegetali acquatiche e terrestri che fanno parte di questo ambiente sono dotate di grande plasticità adattativa.

Le specie aliene invasive, essendo estremamente competitive, sono favorite nel colonizzare questi habitat, inoltre avendo anche un accrescimento rapito e un’elevata efficienza riproduttiva riescono a sviluppare dense formazioni entrando in competizione con le autoctone per le risorse, gli spazi, la luce fino alla scomparsa di queste ultime.

I fiumi contribuiscono all’espansione delle specie alloctone trasportando i semi e le parti vegetali con la corrente e gli interventi di trasformazione artificiale dei corsi d’acqua favoriscono l’insediamento degli organismi invasivi.

Durante il monitoraggio sui corsi d’acqua effettuato dal personale ARPAT, nel periodo 2015-2021, sono state rinvenute 13 specie di macrofite, la maggior parte acquatiche, come Alternanthera philoxeroides, Azolla filiculoides, Ludwigia peploides ssp. Montevidensis. Sono specie flottanti ma colonizzano anche le rive, tutte possono diffondersi rapidamente trasportate dalla corrente. Hanno la capacità di moltiplicarsi in maniera vegetativa attraverso propaguli che trasportati dall’acqua vanno rapidamente ad occupare ambienti anche lontani rispetti a quelli d’origine.

Ludwigia peploides subsp. Montevidensis è stata determinata per la prima volta in Toscana del 2006 dall’Agenzia sul fiume Ombrone pistoiese nei pressi dell’immissione in Arno.

Nel raggruppamento dei macroinvertebrati, sempre nel periodo 2015-2021, le specie esotiche rinvenute sono 10 tra cui le più rappresentative risultano Physella acuta e Potamopyrgus antipodorum.

La prima (Physella acuta) è stata segnalata in Europa a partire dalla metà dell’800, attualmente ha colonizzato ambienti sia lotici che lentici e si ritrova in tutte le regioni italiane formando anche popolazioni con numerosi individui. Potamopyrgus antipodorum è una specie molto prolifica e invasiva, adattabile ad ambienti vari che si distribuiscono da zone di pianura fino alle sorgenti. In alcuni fiumi si è riprodotto in maniera molto massiva.

Specie di macroinvertebrati esotici sono state rinvenute in 58 corpi idrici (l’intera rete di monitoraggio su corpi idrici è costituita da 220 stazioni su altrettanti corpi idrici). Specie vegetali esotiche hanno interessato 30 corpi idrici, la maggior parte con caratteri di forte antropizzazione.

Quanto illustrato è il quadro che emerge dal monitoraggio effettuato da ARPAT negli ultimi anni; bisogna precisare che non tutte le specie esotiche diventano aliene, invasive, nocive. Possiamo immaginare una classificazione comportamentale in :

  • casuali – si mantengono effimere riproducendosi occasionalmente. I popolamenti rimangono solo se sono introdotti continuamente dall’essere umano;
  • naturalizzate – si stabilizzano ma non hanno comportamento invasivo;
  • invasive – si stabilizzano, si riproducono enormemente, entrano in concorrenza con le specie autoctone;
  • trasformatrici – le più pericolose, non solo invasive ma trasformano anche l’ambiente e si sostituiscono alle specie autoctone sopprimendole.

Possiamo distinguere quattro stadi di invasività: l’introduzione della specie esotica, la sua stabilizzazione, la sua diffuzione e l’impatto che provoca nel nuovo ambiente.Si tratta di un processo non immediato, che può richiedere anni e che sottostà alla cosidetta regola dei “tre 10%”, in quanto il 10% delle specie aliene si stabilizza, il 10% di esse si diffonde e il 10% diventa invasivo.

Quali fattori favoriscono e quali limitano l’espansione delle specie esotiche?

Premesso che i sistemi naturali, oramai quasi ovunque completamente alterati e impoveriti nella struttura e funzionalità, non sono più in grado di tamponare gli impatti derivanti dalle attività umane, tra cui la diffusione di dannose specie invasive, si possono, comunque, distinguere alcuni fattori che limitano la crescita delle specie esotiche da altri che, al contrario, la favoriscono. 

I fattori che limitano l’espansione delle specie esotiche sono:

  • eterogeneità ambientale e habitat integri
  • complessa orografia del territorio (presenza di rilievi)
  • presenza di ampie aree con funzione di barriera naturale
  • forme di pastorizia e agricoltura tradizionale
  • adattamenti da parte delle specie autoctone che contrastano l’ingresso delle esotiche
  • suoli idromorfici e basse temperature invernali.

Molte specie esotiche fermano l’espansione intorno ai 1000 metri di quota ma con l’aumento delle temperatura il limite viene superato, come il caso del genere Impatiens di origine hilamaiano che è stato rinvenuto sopra i 1400 metri di altitudine.

Al contrario, i fattori che favoriscono le specie esotiche invasive, fenomeno in intensificazione a partire dagli anni ‘50 con alterazione degli ambienti naturali, perdita di biodiversità, cambiamento uso del suolo, risultano essere:

  • intensa urbanizzazione e frammentazione degli habitat
  • industrializzaione con aumento scambio di merci
  • agricoltura intensiva
  • intensificazione viaggi a scambi commerciali
  • cattiva gestione del territorio e degradazione
  • assenza di competitori con mancanza del selezione
  • resistenza biologica delle invasive, forte adattabilità, elevata competiività, capacità di ibridizzazione

Per approfondimenti si rimanda alle seguenti pubblicazioni:

Monitoraggio ufficiale delle acque superficiali, fiumi, laghi e acque di transizione – triennio 2019-2021

Specie vegetali aliene in Toscana

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