Keu: Arpat, Università di Pisa e Regione Toscana impegnate in un progetto di ricerca

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l 16 febbraio 2021 Regione Toscana, ARPAT e Università di Pisa hanno presentato in conferenza stampa  l’accordo siglato tra ARPAT e Università di Pisa, Dipartimento di Scienze della Terra (di seguito DST), voluto e finanziato dalla Regione Toscana, che ha messo a disposizione 97 mila euro.

L’accordo di collaborazione tecnico-scientifica tra ARPAT e DST si inserisce nell’attività di approfondimento e analisi sul comportamento dell’aggregato riciclato contente KEU nelle diverse matrici ambientali, in particolare acque sotterranee e suolo. Il DST, infatti, da tempo svolge ricerche ad alto contenuto di innovazione relative alla diffusione di inquinanti nel sottosuolo. L’attività specifica verrà realizzata nei prossimi 12 mesi secondo un approccio e un programma condiviso che vedrà entrambi i soggetti impegnati per l’obiettivo comune di ricerca e condivisione dei risultati.

L’Assessora all’ambiente della Regione Toscana, Monia Monni, aprendo la conferenza stampa, ha ricordato come, ormai da diversi mesi, siamo in corso un’intesa attività di collaborazione tra Regione e ARPAT, sotto l’egida della DDA, per contribuire a fare luce sulla vicenda dell’aggregato riciclato contenente KEU.

La prima attività, che ha visto Regione e ARPAT lavorare fianco a fianco su questa vicenda, risale alla primavera dello scorso anno, quando l’Amministrazione regionale ha incaricato l’Agenzia di analizzare le acque dei pozzi  privati posti nelle vicinanze della strada regionale 429, dove è stato utilizzato l’aggregato riciclato contenente KEU. “In quel momento – ricorda l’Assessora – vi era una forte preoccupazione da parte della popolazione residente in quelle zone, a cui dovevano essere fornite prime risposte”.

Oggi, con questo accordo, aggiungiamo un ulteriore tassello che rafforza il rapporto tra i due enti. La volontà è quella di comprendere come il riciclato KEU interagisca con le matrici ambientali, rilasciando sostanze, per quanto e in quanto tempo ed a quali condizioni. Tutto questo – precisa Monia Monni – ci permetterà di scegliere le misure di risanamento ambientale da adottare nei singoli siti coinvolti nella vicenda KEU.

Pietro Rubellini ricorda che stiamo uscendo da una prima fase caratterizzata dalla messa in sicurezza d’urgenza dei siti dove si è riscontrata la presenza di aggregato riciclato contenente KEU. Ora entriamo nella fase in cui dobbiamo capire, in termini di prospettiva, come l’aggregato riciclato in questione si comporta nell’ambiente. Dobbiamo fare, in primo luogo, una distinzione tra il rifiuto KEU e l’aggregato riciclato contenente KEU, prodotto da Lerose. A questo proposito, il Direttore afferma che: ”Sul primo, il rifiuto KEU, abbiamo già diverse informazioni in quanto è frutto di un processo produttivo brevettato che genera questo tipo di rifiuto classificato come speciale non pericoloso, che, se correttamente smaltito, non crea problemi. Sul secondo, l’aggregato riciclato contenente KEU, invece, abbiamo una conoscenza molto inferiore, soprattutto perché la ditta produttrice non ha ingegnerizzato il processo produttivo quindi i quantitativi in termini percentuali e, conseguentemente le composizioni, dell’aggregato riciclato non sono standardizzate”.

Questo significa che alcuni materiali contenenti KEU possono avere diverse percentuali di rifiuto, concentrazioni differenti e perfino avere altri materiali oltre al KEU al loro interno.

Rubellini continua affermando che “la nostra conoscenza su cosa accada all’aggregato riciclato, una volta inserito nei vari comparti ambientali, è scarsa quindi dovremo andare a vedere, sito per sito, che tipo di materiale sia stato utilizzato e che tipo di microambiente sia presente per capire come questo interagisce nell’ambiente che lo circonda”. “ Tenendo conto – come precisa lo stesso Rubellini – che l’elemento più pericoloso, rilasciato dall’aggregato contenente KEU è il cromo nella sua forma ossidata 6, ovvero il cromo esavalente”. “Qui si aprono prospettive diverse, infatti se questo si trova in un ambiente naturale fortemente riducente, viene ridotto a cromo 3, che è assolutamente insolubile e viene quindi bloccato mentre se il cromo esavalente si trova in un ambiente ossidante, lo scenario si prospetterebbe diverso: il cromo si diffonderebbe nell’ambiente circostante”.“Non bisogna dimenticare però – continua il nostro Direttore che – il cromo esce dall’aggregato riciclato se incontra un solvente, quindi diventa potenzialmente pericoloso quando entra in contatto con le piogge o con le falde. Per questo nella fase di messa in sicurezza d’emergenza, ARPAT ha chiesto che venissero realizzate delle impermeabilizzazioni in grado di isolare il materiale contenente KEU”.

Con questo accordo, ARPAT e Dipartimento di Scienze della Terra vogliono andare oltre: comprendere meglio la natura dell’aggregato, effettuando una serie di prove in sito per capire cosa accade realmente nei terreni dove il materiale è stato collocato. “Tutto questo consentirà, al termine dell’attività di ricerca, – conclude il Direttore – di scegliere la “pratica” migliore da adottare, sito per sito, per gestire il materiale contenente KEU, che in alcuni casi ipotizziamo possa essere confinato mentre in altri eliminato. Tutto dipenderà dall’interazione tra l’aggregato riciclato contenente KEU ed il microambiente in cui si trova, perché le reazioni possono essere completamente differenti”.

Luca Pandolfi – Direttore del Dipartimento di Scienze della Terra – precisa come “l’iniziativa proposta da ARPAT e Regione Toscana abbia riscontrato da subito un forte interesse dell’Università, votata alla terza missione: interagire con il territorio, con il tessuto sociale e industriale. Pandolfi ricorda infatti che: “è dovere dell’Università aiutare le altre istituzioni a risolvere problemi di questa natura, che interessano il territorio e coinvolgono la cittadinanza”.

Si tratta di un accordo scientifico, basato sulla ricerca, sulla conoscenza scientifica della natura, delle caratteristiche e del comportamento di questo materiale KEU – precisa Luca Pandolfi.

Il lavoro di ricerca durerà un anno e si articolerà in tre fasi:

  • 1 fase: caratterizzazione del materiale, ovvero conoscenza dello stesso e delle sue caratteristiche mineralogiche, meccaniche (es porosità) utilizzando strumenti scientifici a disposizione dell’Università di Pisa ma anche di altri enti di ricerca
  • 2 fase: conoscenza di come il materiale interagisce con l’ambiente e con gli altri materiali con cui viene a contatto, simulando il suo comportamento e le interazioni nei microcosmi, cioè in ambienti riprodotti artificialmente che simulano gli ambienti naturali
  • 3 fase: individuazione di possibili soluzioni basate sul metodo scientifico di cui avvalersi per mitigare o risolvere il problema.

Riccardo Petrini – responsabile scientifico del progetto – sottolinea come il progetto, frutto dell’Accordo tra la nostra Agenzia e il Dipartimento di Scienze della Terra, sarà svolto in stretta collaborazione con ARPAT ma anche con altri gruppi, altre università o enti di ricerca che dimostrino di avere competenze su questo tema. L’obiettivo è quello di raggiungere il migliore risultato.

Il KEU è stato caratterizzato per molti aspetti dal lavoro già fatto da ARPAT soprattutto con riferimento alla normativa. L’Università, partendo da questo, svilupperà il lavoro dal punto di vista scientifico completando la caratterizzazione del KEU per tutti quegli aspetti che ancora non sono noti.“In particolare – sottolinea Petrini – si vuole comprendere cosa succede quando questo materiale viene messo in ambiente, per questo verranno realizzati in laboratorio esperimenti in microcosmo che simulano quanto accade in natura in condizioni diverse (ossidanti, riducenti ecc.)“. Si tratta di esperimenti guidati che verranno poi ripetuti nell’esperienza reale, l’ultima fase del progetto, infatti, sarà dedicata all’osservazione di quanto accade realmente nei diversi siti dove questo materiale è presente, così da verificare se quanto sperimentato in laboratorio abbia riscontro nella realtà.

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