Lockdown 2020 e qualità dell’aria in Valle d’Aosta: sintesi finale, e qualche novità, in uno studio scientifico di ARPA

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Aosta e l'abbraccio protettivo delle sue montagne
Aosta e l'abbraccio protettivo delle sue montagne - Valle D'Aosta - Cambiamenti climatici - foto di Sara Favre

Che aria abbiamo respirato durante il 2020? Com’è cambiata durante i periodi di chiusura, in primavera e nuovamente nell’inverno 2020-2021? Che cosa abbiamo imparato sulle sorgenti emissive che maggiormente influenzano la qualità della nostra aria? A queste domande ha risposto uno studio, interamente firmato da ARPA Valle d’Aosta, pubblicato il 5 agosto sulla rivista internazionale Atmosphere e liberamente consultabile “Air Quality in the Italian Northwestern Alps during Year 2020: Assessment of the COVID-19 «Lockdown Effect» from Multi-Technique Observations and Models”.

La rielaborazione, ad anno concluso, di tutti i dati di qualità dell’aria del 2020 mostra come, anche in una regione poco inquinata come la Valle d’Aosta, gli effetti delle chiusure e del mancato afflusso turistico sulla qualità dell’aria siano ben visibili. In particolare, gli ossidi d’azoto (o “NOx”) sono diminuiti fino all’80% nel periodo marzo-aprile 2020 rispetto a uno scenario senza restrizioni e fino al 60% nel periodo di novembre-dicembre 2020. Le polveri fini (o “PM”) mostrano diminuzioni minori, ma comunque rilevanti, fino al 25% nel primo lockdown e del 10-15% nel secondo, ma solo se le condizioni meteorologiche vengono correttamente tenute in considerazione.

E questo è un ulteriore punto di interesse.

I ricercatori di ARPA, infatti, hanno dimostrato che confrontare direttamente le concentrazioni di inquinanti atmosferici nel 2020 con quelle misurate negli anni precedenti si rivela un approccio semplicistico che porta, nella nostra regione, a sottostimare l’impatto del lockdown e, più in generale, delle emissioni di inquinanti. Nell’articolo si mostra, in effetti, come le particolari condizioni meteorologiche riscontrate nel 2020 in Valle d’Aosta (ad esempio l’intensificazione dei venti da est in grado di trasportare masse d’aria inquinate dal bacino padano) abbiano parzialmente compensato, cioè “nascosto”, l’effetto delle minori emissioni dovute alle restrizioni. Per definire uno scenario di riferimento accurato, per il 2020, rispetto al quale misurare le variazioni della qualità dell’aria dovute alle chiusure, i ricercatori hanno utilizzato diversi metodi, tra i quali l’intelligenza artificiale.

Inoltre, per determinare l’origine delle polveri fini e il contributo delle diverse fonti emissive, sono stati sfruttati i molti dati monitorati continuativamente da ARPA: analisi chimiche, microfisiche e di assorbimento della luce del particolato. Se alcune sorgenti si sono effettivamente indebolite durante il lockdown (il traffico, ovviamente, ma anche il risollevamento di polveri grossolane al passaggio delle automobili ed emesse con le attività industriali), altre sono aumentate, come la frazione trasportata dall’esterno della Valle d’Aosta (dalla Pianura Padana e dal deserto), aumentata fino al 20%. Le analisi, inoltre, ridimensionano il ruolo del riscaldamento domestico, pressoché costante rispetto agli anni precedenti, sulle variazioni delle concentrazioni osservate.

Strumenti fotometrici in uso presso ARPA Valle d’Aosta – foto H.Diémoz

Inoltre, le concentrazioni di inquinanti non sono state monitorate solo nello nostro spazio di vita (alla superficie), ma in tutta l’atmosfera sovrastante ottenendo un’informazione in 3D, un’attività peculiare di ARPA Valle d’Aosta. Inaspettatamente, queste stesse misure di torbidità dell’aria, unitamente a quelle delle copertura nuvolosa, hanno anche permesso di comprendere meglio gli effetti, sulla radiazione ultravioletta solare riscontrabile a terra, del “buco dell’ozono” verificatosi al polo nord durante la primavera 2020 e poi parzialmente disceso sull’Europa meridionale. Un secondo articolo, in pubblicazione nei prossimi giorni sul Bulletin of Atmospheric Science and Technology, discuterà tale fenomeno a partire da misure condotte in Valle d’Aosta.

“Questo lavoro – affermano Henri Diémoz e Tiziana Magri, fisici di ARPA e coordinatori dello studio – dimostra quanto sia importante dedicare competenze, tempo e risorse all’analisi dei dati, per interpretare correttamente le misure ottenute nell’ambito delle attività di monitoraggio operativo. In questa occasione abbiamo anche sviluppato nuovi metodi di indagine che rimangono disponibili per il futuro. Monitoraggio e ricerca sono attività inseparabili“.

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