World Wildlife Day 2021, dalle foreste il sostegno a persone e pianeta

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Si celebra oggi, come ogni anno, la Giornata mondiale della fauna selvatica, istituita nel 2013 per ricordare la Convenzione sul commercio internazionale delle specie di flora e fauna selvatiche minacciate di estinzione (CITES), sottoscritta il 3 marzo 1973. 

A quasi 50 anni di distanza, l’importanza della biodiversità per l’uomo non è affatto venuta meno, ed è anzi al centro degli Obiettivi dell’Agenda per lo sviluppo Sostenibile (14 – La vita sott’acqua e 15 – La vita sulla terra). 

Il tema di quest’anno, “Foreste e mezzi di sussistenza: sostegno delle persone e del pianeta”, mette in evidenza il ruolo centrale delle foreste, delle specie forestali e dei servizi degli ecosistemi nel sostenere i mezzi di sussistenza di centinaia di milioni di persone a livello globale e, in particolare, delle comunità indigene la cui sopravvivenza è storicamente legata a queste aree naturali. 

Tutelare le foreste serve anche a combattere la povertà e la fame, garantendo un uso sostenibile delle risorse e conservando la terra vitale e fertile, rispondendo ad altri due Obiettivi dell’Agenda di fondamentale importanza (goal 1 e goal 2).

Tra i 200 ei 350 milioni di persone vivono all’interno o vicino alle aree boschive in tutto il mondo, contando sulle risorse degli ecosistemi forestali per il loro sostentamento e per i bisogni più basilari, inclusi cibo, riparo, energia e medicinali. 

Secondo un recente studio del WWF, la deforestazione ha causato dal 2004 al 2017 la perdita di 43 milioni di ettari forestali, una superficie pari quasi a 1,5 volte l’Italia. La maggior parte della distruzione delle foreste è avvenuta in Asia, America Latina e Africa, ed è risultata maggiore proprio nei luoghi a elevata biodiversità, che ospitano alcune tra le comunità umane più vulnerabili al mondo.

È il caso, per esempio, del Cerrado brasiliano, dove vivono il 5% delle specie animali e vegetali del Pianeta e dove i terreni vengono rapidamente “spogliati” per attività agricole invasive, quali l’allevamento di bestiame e la produzione di soia. 

Non dobbiamo pensare che il problema riguardi solo queste persone: la tutela delle foreste e della biodiversità è un impegno che vede impegnata in prima linea l’Europa, che ha compreso come le minacce portate dai cambiamenti climatici siano globali e non si fermino ai confini del proprio territorio, dal momento che si possono verificare effetti a cascata sui fenomeni migratori, sul commercio, sulla diffusione di malattie se la vita selvatica non viene protetta adeguatamente. 

In Italia la situazione delle foreste ha visto un lieve incremento della loro estensione (dal 25,1% del 1990 al 30,8% del 2015 – ISTAT, rapporto sull’Obiettivo 15), seppure in modo disomogeneo tra le regioni.  
Anche la copertura media delle aree protette è aumentata sia per gli ambienti terrestri sia per quelli di acqua dolce (rispettivamente dal 68% al 77% e dal 67% al 85% tra il 2000 al 2019 – ISTAT, rapporto sull’Obiettivo 15), anche se complessivamente la percentuale di aree protette è sostanzialmente identica negli ultimi anni e la percentuale di impermeabilizzazione del suolo da copertura artificiale è leggermente aumentata (dal 7,45% nel 2012 al 7,64% nel 2018) come anche la frammentazione del territorio naturale ed agricolo (dal 38,3% del 2017 al 38,8% del 2018). 

Le specie più minacciate sono i vertebrati terrestri (31,2%) seguite dalle api (24,1%), coleotteri saproxilici (24%), libellule (11,8%) e farfalle (6,4%). La scomparsa delle specie impollinatrici può avere ripercussioni negative molto importanti sul meccanismo di riproduzione delle specie vegetali e sulla disponibilità di cibo per l’intera catena alimentare selvatica. 

Secondo il Rapporto ASVIS 2020 la tendenza dell’indice composito sul Goal 15 è caratterizzato da una tendenza negativa per tutto il decennio, proprio a causa del peggioramento degli indicatori relativi alla frammentazione del territorio e della copertura del suolo, il che è ancora più allarmante se si considera che il 2020 era un anno di scadenza di 5 target su 12 del Goal 15. 


La dizione NV si riferisce all’impossibilità di valutare l’effetto della crisi pandemica sul raggiungimento dell’Obiettivo 

Per arginare la situazione, il Decreto “Clima” varato dal Governo nel dicembre del 2019 contiene un finanziamento per la piantumazione di 15 milioni di alberi (sia nel 2020 sia nel 2021) e un “Fondo per il rimboschimento e la tutela ambientale e idrologica delle aree interne (un milione di euro per l’anno 2020 e due milioni per l’anno 2021).  
Inoltre, nell’aprile 2020 il Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali (Mipaaf) ha pubblicato la “Strategia forestale nazionale”, che include molte azioni innovative (es. la remunerazione dei servizi ecosistemici d’interesse pubblico e sociale).  
Anche il Parlamento europeo, con la risoluzione del 15 gennaio 2020, ha già indicato la proposta di un target fissato al 30% per il ripristino dei terreni degradati al 2030 a livello globale ed europeo. 

Ed è solo di qualche giorno fa l’emissione del “rapporto Dasgupta”, in cui il celebre economista Partha Dasgupta riporta che, a fronte di un aumento del capitale pro-capite, si è verificata una diminuzione molto forte di quello naturale. Secondo Dasgupta è necessaria un’azione immediata per invertire la completa degradazione del capitale naturale, evitando che gli ecosistemi raggiungano i cosiddetti tipping points.  

Agire ora sarebbe molto meno costoso di continuare a portare avanti comportamenti che ritardano questa trasformazione e consentirebbe, inoltre, di raggiungere obiettivi sociali più ampi, quali l’affrontare il cambiamento climatico (uno dei principali motori della perdita di biodiversità) e diminuire i fattori di povertà. 

A cura di Mauro Mussin – Arpa Lombardia 

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