Migliorare qualità e tempestività nel divulgare i dati dei monitoraggi e dei controlli

Claudio Marro è stato scelto come direttore tecnico dell'Arpa Campania dopo aver svolto dal 2019 il ruolo di dt facente funzione. Agronomo di formazione, ha coordinato le indagini ambientali nell'ambito del gruppo di lavoro nazionale sulla "Terra dei fuochi"

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Intervista al nuovo direttore tecnico dell’Arpa Campania. A seguito di una procedura selettiva attivata nell’autunno del 2020, il direttore generale dell’Arpa Campania Stefano Sorvino ha conferito l’incarico di direttore tecnico dell’Agenzia. A ricoprire il ruolo sarà Claudio Marro, che ha già svolto l’incarico di direttore tecnico facente funzione a partire dal 2019.

Marro, che succede a Marinella Vito, dt di Arpa Campania per undici anni, di cui è stato tra i più stretti collaboratori, ha svolto servizio in Arpac fin dall’avvio operativo dell’Agenzia nel 2000, impegnandosi in una serie di attività rivolte all’intero territorio regionale. Dal 2003 svolge incarichi dirigenziali: in particolare dal 2004 al 2008 ha coordinato i controlli ambientali presso gli attuali stabilimenti di tritovagliatura e imballaggio rifiuti (Stir, all’epoca Cdr).

Tra gli altri ambiti salienti di attività, l’elaborazione di disciplinari regionali per la gestione ambientale dei reflui oleari, zootecnici e dei fanghi degli impianti di depurazione, e dal 2014 il coordinamento delle indagini ambientali sui terreni agricoli della cosiddetta “Terra dei fuochi”, nell’ambito del gruppo di lavoro nazionale istituito con la legge 6/2014: gruppo che prevede, tra l’altro, la partecipazione dell’Arma dei Carabinieri e dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale. Agronomo di formazione, prima di assumere il ruolo di direttore tecnico, è stato tra l’altro Direttore della UOC Monitoraggio e controlli istituita in seno alla Direzione tecnica dell’Agenzia e per alcuni mesi ha diretto il Dipartimento provinciale di Salerno.

Dott. Marro, può raccontare cosa le ha insegnato uno scenario, per molti versi affascinante e impegnativo, come quello ambientale in Campania?  

«Molti aspetti del “mestiere” di direttore tecnico mi sono stati trasmessi in tanti anni di collaborazione con il precedente direttore tecnico, la dott.ssa Vito: essere orientati ad approfondire le problematiche da un punto di vista eminentemente tecnico-scientifico. Restare disponibile ad ascoltare tutti, ma senza condizionamenti. E poi chiaramente, a maggior ragione in uno scenario complesso come quello campano, porsi nella prospettiva di lavorare davvero intensamente.

A questi insegnamenti aggiungo, in perfetta sinergia con il direttore generale Stefano Sorvino, che ringrazio per la fiducia che ha posto in me affidandomi questo delicato incarico, la convinzione che oggi, più che mai, occorre dedicare un’attenzione particolare a tutti coloro che hanno “fame” di notizie ambientali. Siamo di fronte a un’accresciuta sensibilità ambientale da parte dell’opinione pubblica, conseguenza probabilmente anche della pandemia in atto. Proprio per questo tengo particolarmente a migliorare la qualità e la tempestività nella divulgazione dei dati dei monitoraggi ambientali e dei controlli che effettuiamo: non solo perché è un obbligo normativo (si vedano ad esempio le norme sulla trasparenza) ma perché è un dovere morale nei confronti di tutti i portatori di interesse e dei cittadini».

Quali sono le linee prioritarie di intervento su cui pensa di orientare il suo impegno?

«Da mesi, insieme al direttore generale e al direttore amministrativo, si sta procedendo a un ammodernamento della strumentazione tecnica: cosa necessaria per far fronte all’obsolescenza tecnica e funzionale, da associare però, improrogabilmente, al reclutamento di personale tecnico specializzato, da impiegare soprattutto nei laboratori e nelle strutture territoriali, che rappresentano il cuore e l’anima dell’Agenzia. Abbiamo perso quasi cento tecnici negli ultimi cinque anni, in una situazione già precaria. I compiti che ci vengono assegnati sono aumentati notevolmente negli ultimi anni e la domanda di supporto da parte delle Autorità giudiziarie e delle Polizie giudiziarie ha conosciuto un’impennata, soprattutto dopo l’emanazione della legge Ecoreati del 2015. Se da una parte questo ci inorgoglisce, perché è il riconoscimento del lavoro e dell’impegno profuso in tanti anni, dall’altra parte ci preoccupa perché ci sottrae risorse per le “ordinarie” attività di monitoraggio, controllo ambientale e supporto tecnico, che rappresentano linee strategiche delle nostre attività. Del resto si tratta di linee strategiche da sviluppare ulteriormente nell’immediato futuro, se si vogliono realmente assicurare Livelli essenziali di prestazioni tecniche ambientali (Lepta) omogenei a livello nazionale, in un contesto, peraltro, di sperequazione di risorse finanziarie».

Lei proviene da un percorso di studi e professionale da agronomo. Il suo approccio alle questioni ambientali in Campania risente in qualche modo di questa formazione?

«Sì, in particolare, prima di approdare all’Arpac, ho lavorato come agronomo-divulgatore per la Regione Abruzzo, un’esperienza di cui serbo un ricordo molto affettuoso, anche perché si tratta di una regione con risorse naturalistiche straordinarie, un contesto molto diverso da quello campano: sebbene la Campania vanti risorse naturalistiche altrettanto preziose, queste sono intrecciate con un ambiente urbano molto più consistente e per molti versi invadente. L’agronomo si occupa di sostenibilità ambientale, di salvaguardia e di qualità ambientale del territorio, di recupero e riciclaggio di sottoprodotti. Insomma, tematiche che in un modo o nell’altro richiedono competenze in materia di inquinamento di suolo, delle acque superficiali e sotterranee, di valutazioni ambientali, di gestione delle risorse naturali, di rifiuti e sottoprodotti, compostaggio, biodiversità, eccetera. Diversi esponenti delle istituzioni impegnate nelle questioni ambientali hanno questa estrazione scientifica: mi vengono in mente il direttore generale Ispra Alessandro Bratti e lo stesso ministro Sergio Costa. Avere questo tipo di bagaglio culturale e patrimonio formativo  di sicuro  fornisce un punto di vista particolarmente attento agli equilibri ecosistemici, nell’affrontare le questioni ambientali del territorio».

(a cura di Luigi Mosca – Arpa Campania)

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