Meteo, clima e media

Informare in maniera concreta sui rischi a cui sono esposti i territori, oggi e non nel 2100, e su quali politiche dovrebbero essere adottate per fare fronte ai rischi climatici è, a mio giudizio, una delle chiavi necessarie per fare salire il termometro dell’opinione pubblica sul clima e, quindi, per indirizzare la politica a una maggiore attenzione al tema.

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Sergio Ferraris

Intervento di Sergio Ferraris, giornalista scientifico, direttore della rivista “QualEnergia”, che evidenzia come sia indispensabile informare in maniera concreta sui rischi a cui sono esposti i territori, oggi e non nel 2100, e su quali politiche dovrebbero essere adottate per fare fronte ai rischi climatici.

“Clima e meteo continuano a essere la stessa cosa per i media italiani. Dopo le associazioni tra i due fenomeni fatte in passato da Libero e dal Il Giornale, ancora prima della famosa uscita elettorale di Trump che in chiusura della propria campagna elettorale a New York nell’ottobre del 2016, sotto al vento gelido che sferzava la grande Mela disse: “Fa freddo ci serve il riscaldamento globale”, ora tra i media “confusionari” possiamo iscrivere anche Il Messaggero.

Il 5 gennaio scorso, infatti, il quotidiano romano commentando l’ondata di freddo che ha investito l’Italia, ha titolato in prima pagina: “Neve al Sud: l’inverno che rassicura” con un occhiello ancora più esplicito: “Il freddo di questi giorni allontana i timori sul riscaldamento globale”. Il tutto accompagnato da una bella immagine, rassicurante, di una spiaggia pugliese innevata con un gazebo e un albero di Natale.

Andando a pagina 14, del quotidiano, però, di riscaldamento globale, temperature medie mondiali o concentrazione di CO2 nemmeno l’ombra. Il pezzo si occupava, in realtà, della cronaca circa il maltempo, senza nessuna citazione di ciò che era citato in prima pagina.

Sui social, anche grazie all’opera dei soci della Federazione Italiana Media Ambientali e di una serie di ambientalisti, si è scatenato un dibattito serrato. Solo dalla mia pagina FB, per esempio, – unici dati che possiedo – sono state raggiunte su Facebook 23.400 persone, con 2.800 interazioni.

E la tensione sui social ha portato, il giorno dopo, la redazione, a chiedere scusa ai lettori tramite Twitter, per una negazione, un “non” che sarebbe saltato. Insomma l’occhiello avrebbe dovuto essere “Il freddo di questi giorni non allontana i timori sul riscaldamento globale”.

A parte il fatto che si è fatta una rettifica on line per un errore fatto sull’edizione cartacea, cosa che di sicuro non raggiunge gli stessi lettori, ma a quel punto l’occhiello sarebbe stato in contraddizione con il titolo, visto che da un lato il freddo non allontana i timori sul riscaldamento globale, mentre l’inverso si troverebbe nel titolo dove l’inverno rassicura. Oltre a ciò il social media manager del Messaggero chiude il tweet con la frase “Ma evitiamo #polemicheinutili”, una battuta non felice per le migliaia di persone, lettori compresi, che hanno seguito, commentato e rilanciato sui social la cosa. Inutile dire che anche questa giustificazione è stata rilanciata sui social con commenti negativi. Insomma una vera e propria debacle comunicativa sul clima. E fin qui la cronaca.

La dinamica

La questione che è interessante analizzare è il perché sia successo tutto ciò. Le ipotesi sono due. Da un lato ci potrebbe essere un “ritocco” dei titoli di prima pagina da parte del titolista in base alle proprie convinzioni personali circa il clima. Fatto questo che aprirebbe una voragine sul fronte del controllo della filiera editoriale interna e che si potrebbe riproporre anche per altre tematiche. La seconda – supportata da fonti interne che desiderano rimanere anonime – sarebbe quella che affida l’intervento di “ritocco” ai vertici del quotidiano su input diretto dell’editore. Si tratta di dinamiche che in entrambi i casi descrivono scenari inammissibili, specialmente per quanto riguarda le questioni climatiche.

È di pochi giorni fa notizia che il 2018 è per l’Italia l’anno più caldo dal 1800 a oggi e che ormai siamo a più 1,58°Cdi differenza rispetto alla media del periodo di riferimento (1971-2000). Tradotto: il Bel Paese ha già superato, con 81 anni di anticipo il primo target dell’Accordo di Parigi ed è già nell’area di rischio, tra 1,5 e 2°C, tracciata dal report dell’Ipcc dell’ottobre 2018.

Cambiare comunicazione

Per noi comunicatori ambientali non si tratta di una cosa da poco. Se nel decennio scorso il denominatore per chi fa informazione e comunicazione ambientale è stato quello di “dare buone notizie” evitando “catastrofismi” – cosa che non mi ha mai trovato d’accordo – oggi, specialmente in Italia, è necessario adottare strategie nuove per comunicare il clima.

Prova di ciò la troviamo nella recente ricerca Ispi nella quale gli italiani assegnano ai cambiamenti climatici un posto prioritario circa i problemi a livello globale, per poi cancellarli totalmente dalla lista delle problematiche nazionali.

La dinamica è chiara. Si tratta di un problema che “riguarda altri” le cui soluzioni sono globali e non ci interessano personalmente in prima persona. Si tratta di un risultato ascrivibile, a mio giudizio, da un lato a un contesto rassicurante composto di “buone notizie” e dall’altro al fatto che nessuna forza politica, Verdi a parte durante la loro esistenza, ha mai messo i cambiamenti climatici in un posto rilevante della propria agenda politica. Così oggi ci ritroviamo con una delle opinioni pubbliche tra le più distratte al mondo sul tema.

Su cosa fare per superare ciò non possiedo ricette sicure, ma penso che un passo avanti sia quello d’affiancare all’informazione sulla mitigazione, quella sull’adattamento – tema assolutamente inesplorato in Italia – mettendo al primo posto il  servizio ai cittadini.

Informare in maniera concreta sui rischi a cui sono esposti i territori, oggi e non nel 2100, e su quali politiche dovrebbero essere adottate per fare fronte ai rischi climatici è, a mio giudizio, una delle chiavi necessarie per fare salire il termometro dell’opinione pubblica sul clima e, quindi, per indirizzare la politica a una maggiore attenzione al tema.

Il tutto senza scordarsi i risvolti sociali delle questioni climatiche. Anche il “semplice” aumento delle temperature – con le relative ondate di calore – influisce non poco sugli stili di vita, di lavoro e sul fronte sanitario. Alcuni studi sociologici sull’ondata di calore del 2003 in Francia, per esempio, mettono in relazione il diverso tasso di mortalità delle fasce a rischio, tra il centro e la periferia di Parigi, tra soggetti ad alto e a basso reddito e, addirittura, tra il servizio sanitario francese e quello belga.

E questo è solo uno degli aspetti sui quali si potrebbe sviluppare un’informazione utile sia ai cittadini nel presente, sia alla sfida climatica sul lungo periodo. Offrendo soluzioni che in alcuni casi possono salvare delle vite e andando oltre alle “rassicurazioni” che alla prova dei fatti e dei dati, oggi, suonano come delle vere e proprie fake news.”

Sergio Ferraris
giornalista scientifico, direttore di QualEnergia

3 Commenti

  1. Caro Sergio Ferraris

    che tristezza !
    Se la temperatura media del pianeta non è stata così alta dal 1800, la prima domanda spontanea in chi pensa (e non segue la moda del politicamente corretto) è: ma perchè nel 1800 era alta come oggi ?
    Abbiamo risposte ? Perché se non ne abbiamo forse è meglio studiare ancora prima di prendere decisioni che costano a tutti e portano utili a chi tu sai.
    I danni al territorio li causa il dissesto idrogeologico, per errati e mancati interventi sul territorio, e non da oggi; ma è più comodo attribuirli ai cambiamenti climatici (che esistono da milioni di anni, prima che arrivasse l’uomo). In questo modo si diventa direttori di QualEnergia ?
    Cordiali saluti

  2. Mi scusi gentilissimo Irsuti, mai tentare di dare risposte sensate a domande sbagliate. La temperatura nel 1800 non era alta come oggi, ma il 1800 è l’inizio del periodo di riferimento per le misure a cui riferirsi.
    Seconda questione, i cambiamenti climatici ci sono sempre stati ed è vero, ma la tipologia, la velocità e la causa di quelli che stiamo qui a discutere sono indubbiamente determinati dagli uomini, ed è corretto a mio parere cercare di capire come modificare i comportamenti e le cause che hanno portato a tutto ciò. Converrà con me infine, che se prima della comparsa dell’uomo per diversi periodi le concentrazioni dei gas serra erano anche superiori a quelle di cui stiamo parlando oggi, è proprio la presenza dell’uomo e la necessità di sua “protezione” richiedono attenzioni e azioni conseguenti.
    Cordiali saluti

  3. Come specificato dal sig Fumagalli, cordiale sig. Irsuti, la data del 1800 è quella dalla quale abbiamo certezza scientifica e puntuale delle temperature in Italia. Per le medie globali la data è del 1880. Se vogliamo andare su un orizzonte più ampio, molto più ampio, per trovare un picco simile a quello al quale ci stiamo avvicinndo bisogna andare indietro di 200mila anni. la correlazione tra concentrazione di CO2 e temperature è consolidata a livello scientifico, per cui se abbiamo la concentrazione più alta di CO2 degli ultimi 400mila anni, dovuta all’era industriale visto che nell’anno 1000 eravamo nella media precedente forse qualche correlazione c’è. Forse le sfugge il fatto che dalla preistoria a oggi, gli utlimi 10mila anni che sotto al profilo geologico sono un periodo breve, non abbimo mai avuto una concentrazione di CO2 a questi livelli.

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